La storia

La storia

Ultimo esempio di archeologia industriale a Maccagno, l’ex Opificio Puccioni nacque attorno al 1880 su iniziativa della famiglia francese Manessier. Più tardi fu ceduto a un’altra famiglia di imprenditori stranieri, i tedeschi Hoffman. Solo in seguito, divenne di proprietà di Gualtiero Puccioni, che lo mantenne in vita fino alla chiusura dello stabilimento, nel 1986.
La produzione tipica era quella del filo di ferro, una tradizione che a Maccagno aveva avuto altri esempi e che sopravvissuta fino a pochissimi anni fa grazie all’azienda della famiglia Testori
Non stupisca se anche quest’ultima sorge sulla medesima Via Valsecchi, un tempo – non a caso – Via degli Opifici. Un ingegnoso sistema di derivazione idraulica, aveva caratterizzato per tutto l’Ottocento la rinascita industriale di dei due Maccagno, con la costruzione di due roggie che derivavano acqua dal fiume per spingerla fino nelle acque del lago. Quella di Maccagno Superiore fu chiusa nei primi Anni Settanta e nasceva all’altezza del cimitero per passare davanti all’attuale Municipio, scendere al lago e gettarsi nelle acque della Gabella. Proprio su questa direttrice nacquero fabbriche meccaniche, segherie, magli idraulici. L’attuale Via Valsecchi, fu per oltre un secolo il cuore pulsante della rinascita industriale del paese.
Nel corso del Novecento, all’ex opificio Puccioni lavoravano una dozzina di persone, oltre al personale tecnico e amministrativo. Si operava sui tre turni a ciclo continuato, a dimostrazione di una vitalità della fabbrica che non venne mai meno fino alla sua chiusura. Il prodotto finale dell’Opificio Puccioni era il filo di ferro, nelle sue molteplici utilizzazioni. Filo calibrato millesimale, pagliette per le pentole, setole per ogni tipo di spazzole. Tutto ciò che poteva avere al proprio interno dei filamenti metallici, veniva prodotto qui.
Il ricordo delle persone che in questo luogo hanno lavorato, è quello di un ambiente collaborativo e amichevole, tanto che alla chiusura molti non seppero farsene una ragione. La sirena che suonava all’inizio e alla fine dell’orario di lavoro ha scandito per decenni la vita dei maccagnesi. Insieme alle campane di San Materno, che hanno segnato mesi e stagioni, annunciato lieti eventi o terribili tragedie che nel frattempo la Storia si accingeva a vivere.
Ma il mondo era cambiato, la globalizzazione aveva imposto altri ritmi e altri costi. Persino sognare era diventato, oramai, un lusso.
Poi, un lungo periodo di oblio. Dopo la chiusura l’immobile venne acquistato dal Comune, che attese l’occasione per poterlo finalmente restaurare. Il progetto di ristrutturazione risale al 2002 ed è stato messo a punto dallo Studio tecnico associato Ambrosetti e Colombo di Varese, che ne ha curato anche la direzione dei lavori dal gennaio 2006 al novembre 2007. L’opera si sviluppa su una superficie calpestabile coperta di 1.500 metri quadri. L’importo dei lavori era pari a 1.865.000 euro, finanziato per il 70 per cento con un contributo in conto capitale dalla Regione Lombardia. Il rimanente 30 per cento è rimasto a carico del bilancio comunale.
La nuova struttura è diventata un punto nevralgico della cultura e delle abitudini dei cittadini. E’ nato un nuovo Auditorium (da qui lo slogan coniato dall’ottimo Giorgio Bianchi “Ieri Opificio, oggi Auditorium”, che accoglie il pubblico all’ingresso), piccolo gioiello di eleganza e dalla perfetta acustica, con 160 comodi posti a sedere.